Approfondimenti sul DDL Cirinnà
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Legale

Il Disegno di Legge cd. “Cirinnà” in materia di unioni civili e convivenza di fatto (dal nome della sua relatrice, la senatrice Monica Cirinnà) è balzato agli onori della cronaca a partire dagli ultimi mesi del 2015 e soprattutto nel gennaio del 2016, pur trattandosi di un testo la cui ultima stesura risale al 12 marzo 2015 e che si pone quale episodio conclusivo di un iter formativo che ha ne visto svolgersi, nell'arco di oltre due anni, una rilettura sostanziale dei contenuti.
 
Per sintetizzare, le precedenti versioni del DDL Cirinnà non distinguevano tra unione civile omosessuale ed eterosessuale. Semplicemente, veniva fornita la possibilità a chiunque, di qualunque genere, di costituire una “unione civile”: un'entità giuridica che avrebbe avuto fortissimi punti di contatto con il matrimonio civile già attualmente normativizzato, anche grazie a un elenco piuttosto ampio di richiami ed estensioni.
 
Una simile costruzione comportava l'emergere di numerose problematiche, di carattere prima di tutto ideologico, ma anche squisitamente giuridico: difficile, infatti, configurare efficacemente e senza contraddizioni un istituto di diritto che attribuisse a soggetti non coniugati - anche al di là del genere sessuale cui appartenessero - un corpus di diritti ampio quasi quanto (se non esattamente come) quello riservato alle coppie sposate.
 
Dal punto di vista del legislatore, infatti, disporre in materia di unioni civili (omosessuali o eterosessuali che siano) senza implicare la parola “matrimonio”, costituisce un'arma a doppio taglio: da un lato è necessario scongiurare i tanti potenziali limiti di costituzionalità cui una legge tanto dibattuta andrebbe incontro (in primis per mancato ossequio al divieto di discriminazione imposto dall'art. 3 Cost.); dall'altro, si richiede una particolare accortezza nella individuazione dei diritti da estendersi alle unioni civili e dei soggetti cui essi vanno estesi, onde non giungere a provvedimenti sostanzialmente equivoci e di non facile applicabilità pratica.
 
Il DDL Cirinnà ha pagato dazio a tali difficoltà, pervenendo nella sua ultima formulazione alla scelta di scindere l'istituto in due: da un lato, le unioni civili omosessuali e, dall'altro, la convivenza di fatto (etero o omosessuale). Il testo attualmente al vaglio delle Camere – peraltro caratterizzato da una notevole eleganza nell'impostazione, a parere di chi scrive molto maggiore rispetto alle stesure precedenti - è composto infatti da due titoli, ciascuno dei quali dedicato rispettivamente al primo ed al secondo istituto in questione.
 
Relativamente alla convivenza di fatto è opportuno fornire solo qualche rapida notazione, non costituendo essa un oggetto particolarmente controverso: a norma dell'art. 8 della proposta di legge, si considerano conviventi di fatto “le persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile”.
 
I conviventi di fatto (cfr. artt. 11-22) sono tenuti alla reciproca assistenza (ad esempio, il paradigmatico caso del malato in ospedale che può essere assistito dal convivente di fatto), vedono riconoscersi il diritto di abitazione e casi di successione nel contratto di locazione, un punteggio più alto nelle graduatorie per l'assegnazione di alloggi di edilizia popolare, un diritto agli alimenti ed al mantenimento (per un tempo limitato alla durata della convivenza) e possono redigere un atto pubblico, il cd. “contratto di convivenza”, opponibile ai soggetti terzi, con cui disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune e fissare la propria residenza.
 
Venendo, invece, alle unioni civili omosessuali, esse verrebbero istituite e normativizzate in pochi articoli (dall'1 al 10 del DDL) composti, per la maggior parte, da richiami esterni ad un folto numero di norme del codice civile e delle leggi speciali riguardanti il matrimonio civile.
 
All'art. 2, è previsto che “due persone dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni”.
 
L'unione civile omosessuale, così come configurata nel DDL Cirinnà, è strutturata, nella forma e nella sostanza, alla stregua di un matrimonio civile tra persone dello stesso genere.
 
E' impossibile infatti operare la sia pur minima distinzione tra l'istituto dell'unione civile e quello del matrimonio: identiche, per espresso richiamo normativo, sono le condizioni per la costituibilità dell'unione (art. 84 c.c.), per la dichiarazione di interdizione per infermità (art. 85 c.c.), le regole relative alla libertà di stato (art. 86 c.c.), quelle – fondamentali – circa gli obblighi dei costituenti (artt. 143 e seguenti c.c.), quelle attinenti al regime patrimoniale, agli alimenti, allo scioglimento, ai diritti successori.
 
Ma vi è di più: opportunamente sul piano giuridico, si giunge, nell'art. 3 a stabilire che “le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi», «marito» e «moglie», ovunque ricorrano nelle leggi, nei decreti e nei regolamenti" (ad eccezione che in materia di adozione)," si applicano anche alla parte della unione civile tra persone dello stesso sesso”.
 
Il che vale a dire: è stato espressamente previsto quanto opportuno al fine equiparare in tutto e per tutto l'unione civile omosessuale al matrimonio già normativizzato, ma per non incorrere in errore si superi l'elenco tipizzato e e si operi un'estensione a 360° dell'analogia.
 
Una mossa inattaccabile sul piano normativo (quanto mai rara nel panorama degli ultimi decenni, segno tangibile del filo da torcere incontrato nel tempo dai promotori del DDL), che tuttavia lascia dietro di sé un unico interrogativo dalla risposta alquanto ovvia sul piano sociale, politico ed ideologico, ma che è comunque opportuno porsi: perché non aprire direttamente al matrimonio per le coppie omosessuali, senza alcuna distinzione neppure semiotica?
 
Non appare risolutiva, in questo senso, l'obiezione che la natura “tradizionale” della famiglia fondata sul matrimonio non sarebbe mutabile in quanto costituzionalmente garantita. Resta aperta e auspicabile, quindi, una revisione unificatrice della materia anche laddove il DDL diventasse legge.
 
Da ultimo, prima di esaminare il punto (spinosissimo) della cd. “stepchild adoption”, è opportuno precisare cosa il DDL Cirinnà non prevede.
 
Non è previsto alcunché relativamente alla cd. “gestazione per altri” (o più prosaicamente, “utero in affitto”), che resta assolutamente vietata in Italia (pur rimanendo naturalmente non vietabile per gli italiani che vi ricorressero in paesi esteri ove è consentita). Nulla, inoltre, è previsto con riferimento alle adozioni da parte di una coppia omosessuale, la cui collegabilità alla normativa sulle unioni civili è anzi espressamente esclusa dall'art. 3 del DDL.
 
L'unica cosa che il DDL, all'art. 5, introduce è l'estensione anche alle unioni civili (come già avviene per il matrimonio civile) della “stepchild adoption” di cui sopra, letteralmente traducibile in “adozione di figliastro”, che consente al coniuge (ed ora anche al partner facente parte di una unione civile omosessuale) di adottare il figlio biologico del compagno/a.
 
Ipotesi a ben vedere residuale e poco incisiva in materia di adozione omosessuale, che probabilmente si cerca di introdurre, oltre che per il riconoscimento dei diritti di quei minori che già oggi vivono una tale situazione giuridica – e non ci si addentra in dati numerici o statistici al riguardo – anche e soprattutto per inserire una specie di “grimaldello” di innovazione nel quadro complessivo del diritto di famiglia e nelle sue prassi di applicazione onde procedere, successivamente, ad una normativa più estensiva in materia.
 
I grossi equivoci circa la stepchild adoption, da alcuni vista come un sostanziale “lasciapassare” alla pratica dell'utero in affitto, naturalmente, appaiono comprensibili se si considera che grazie alla stepchild adoption un figlio nato da una gestazione per altri potrebbe senza difficoltà venire adottato, configurando una pratica “scorciatoia” per la genitorialità omosessuale.
 
Di fatto, anche in questo caso senza addentrarci in approfondimenti statistici o sociologici, l'attribuzione di uno status giuridico di “figlio” riconosciuto da entrambi i partner all'esito di una “gestazione per altri” non appare realmente decisivo per la scelta di chi intenda sfruttare questa possibilità all'estero: si tratta di una prassi già esistente nella realtà, che non verrebbe tanto “legittimata” quanto più semplicemente “regolata”; in ogni caso, molto maggioritarie e ugualmente meritevoli di regolamentazione appaiono le diverse ipotesi di figli nati da coppie eterosessuali in cui si verifichi una separazione e, successivamente, la formazione di una coppia omosessuale da parte di uno dei due genitori.
 
Non è pensabile, del resto, che il legislatore si limiti ad ignorare delle situazioni già oggi verificabili nella realtà: al netto di qualunque “incentivo” nell'una o nell'altra direzione, l'idea di famiglia ha subito tanti e tali cambiamenti di prospettiva da rendere non più procrastinabile una regolamentazione.
 
Il testo integrale del DDL Cirinnà è rinvenibile a questo link (dal sito web della medesima senatrice Monica Cirinnà).